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Archivio Aprile 2004

Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese : 
"Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi". 
Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. 

Man mano che ci si avvicina al 1 maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l'opera di sensibilizzazione sul significato di quell'appuntamento. 

"Lavoratori - si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 - ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!". 
Monta intanto un clima di tensione, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perché non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere. 

Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1 maggio che per la domenica successiva, 4 maggio. 

In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva. 

Del resto si tratta di una scommessa dall'esito quanto mai incerto: la mancanza di un unico centro coordinatore a livello nazionale - il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro sono di là da venire - rappresenta un grave handicap dal punto di vista organizzativo. Non si sa poi in che misura i lavoratori saranno disposti a scendere in piazza per rivendicare un obiettivo, quello delle otto ore, considerato prematuro da gran parte dei dirigenti del movimento operaio italiano o per testimoniare semplicemente una solidarietà internazionale di classe. 

Proprio per questo la riuscita del 1 maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori,che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un'iniziativa di carattere internazionale. 

In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa. 
"La manifestazione del 1 maggio - commenta a caldo Antonio Labriola - ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista". 
Anche negli altri paesi il 1 maggio ha un'ottima riuscita: 
"Il proletariato d'Europa e d'America - afferma compiaciuto Fiedrich Engels - passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti". 
Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo. 
Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la
"festa dei lavoratori di tutti i paesi".

 

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A macchia d'olio sit-in e scioperi spontanei. Dai siti della Fiat non esce più nemmeno un bullone. E domani si ferma tutta la categoria dei metalmeccanici: chiamerà in causa l'intera Confindustria.

Mentre a Melfi il presidio delle tute blu continua davanti agli altri stabilimenti della Fiat c'è tutto un fervore di sit-in e di assemblee volanti. Nonostante la cassa integrazione, e quindi le fabbriche pressocché deserte, i lavoratori hanno voluto ugualmente manifestare la loro protesta. Lo sciopero indetto per domani dalla Fiom, che ha chiamato alla mobilitazione tutta la società civile, in tutto il settore metalmeccanico potrebbe rivelarsi una autentica sorpresa. Ieri si sono svolte diversi scioperi che hanno coinvolto «decine di migliaia di lavoratori», come si legge in un comunicato della Fiom. Ad incrociare le braccia sono state le tute blu del bresciano, della provincia di Bologna. E ancora, in Toscana, in Piemonte, a Napoli. Manifestazioni si sono tenute davanti alla prefettura di Salerno. La Power Train di Termoli ha scioperato.
Davanti alla Porta 2 dello stabilimento di Mirafiori, Marilde Provera (intervenuta con Paolo Ferrero), capogruppo in Consiglio comunale di Rifondazione Comunista a Torino, commenta: «in realtà la lotta di Melfi a noi torinesi interessa molto perché se loro ripristinano la condizione lavorativa precedente, senza il terzo turno con doppia battuta, ossia il turno prolungato di notte, per Torino si riapre la concreta possibilità di recepire parte della produzione della Punto, che per noi è vitale. In realtà, la lotta di Melfi serve per dare vita a Mirafiori». Rifondazione Comunista ha attuato insieme a tanti lavoratori il Mirafioriday, presidi davanti a Mirafiori e a diversi stabilimenti dell'indotto auto «per provare a costruire un livello di unità auspicabile che obbighi la Fiat a discutere seriamente».

Alla lista degli impianti fermi ieri si sono aggiunti anche quelli di Pomigliano d'Arco e Cassino. Avevano interrotto la produzione anche gli impianti di Torino, Termini Imerese e lo stabilimento della Sevel di Val di Sangro.

Ieri mattina, hanno scioperato all'Alfa Romeo di Arese e all'Iveco di Milano, dalle 9,30 alle 11, per «solidarietà con i lavoratori di Melfi». I cortei delle due aziende hanno anche bloccato per poco più di un'ora l'autostrada dei Laghi nei pressi dello stabilimento dell'Alfa. «Quanto è accaduto a Melfi - sostengono alla Fiom di Milano - è vergognoso: picchiare i lavoratori in sciopero è un pesantissimo attacco ai diritti ed alla Costituzione». La Fiom chiama quindi «i lavoratori metalmeccanici milanesi a rispondere subito con fermate spontanee ad un atto di gravità inaudita e ad esprimere solidarietà ai lavoratori di Melfi», in vista anche dello sciopero generale di 4 ore dei metalmeccanici di tutta Italia mercoledì 28: a Milano l'appuntamento è fissato alle 9 proprio davanti ai cancelli dell'Alfa di Arese.

Lo sciopero generale di quattro ore proclamato dalla Fiom avrà a Bologna alcuni momenti centrali: un presidio dinnanzi alla Magneti Marelli di Crevalcore, a pochi chilometri dal capoluogo, dov'è in corso una vertenza che mette a rischio il lavoro di 134 dipendenti; e una manifestazione in piazza a Bologna, con modalità che ancora sono in fase di definizione. Ieri, in alcune aziende metalmeccaniche del Bolognese si sono tenute assemblee e brevi scioperi spontanei dei lavoratori. Un appello alla mobilitazione, rivolto in particolare ai movimenti no-global, viene dal Prc di Bologna, che pensa per mercoledì a un presidio davanti alla prefettura.

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QUALCUNO BARA

27
apr 2004
by Sammy

 

 

 

 

 

GOD BLESS AMERICA

 

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PILLOLE DI RESISTENZA

26
apr 2004
by Sammy

"Aveva tentato con le armi di colpire la Decima": questo il macabro cartello imposto al collo del partigiano biellese Ferruccio

Nazionale, impiccato dagli uomini di Borghese sulla piazza del municipio di Ivrea il 9 luglio 1944. Il corpo di Nazionale fu lasciato sulla

piazza a lungo, a scopo terroristico

Il processo iniziato a Roma 1'8 febbraio 1948 contro Junio Valerio Borghese portò a conoscenza dell'opinione pubblica alcuni dei servizi più significativi resi dalla "Decima MAS" agli invasori tedeschi.

Nella sentenza di rinvio a giudizio le imputazioni erano, tra l'altro, di aver compiuto "continue e feroci azioni di rastrellamento di partigiani e di elementi antifascisti in genere, talvolta in stretta collaborazione con le forze armate germaniche, azioni che di solito concludevansi con la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e la uccisione degli arrestati, e tutto ciò sempre allo scopo di contribuire a rendere tranquille le retrovie del nemico, in modo che questi più agevolmente potesse contrastare il passo agli eserciti liberatori".

Diversi gli episodi di violenza criminale addebitati alla formazione di Borghese. Tra questi quelli di Valmozzola, con uccisione di dodici partigiani in combattimento ed esecuzione sommaria di altri otto partigiani catturati; di Crocetta del Montello, con uccisione di sei partigiani e sevizie efferate di altri arrestati; di Castelletto Ticino, con l’uccisione di cinque ostaggi; di Borgo Ticino, con l’uccisione di dodici ostaggi, oltre a "ingiustificate azioni di saccheggio ed asportazione violenta ed arbitraria di averi di ogni genere, ciò che il più delle volte si risolveva in un ingiusto profitto personale di chi partecipava a queste operazioni".

Condannato a una pena più che mite, Borghese poté riprendere, dopo un breve soggiorno in carcere, le sue attività contro la Repubblica.

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