
LO AVRAI
CAMERATA KESSELRING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRÀ
A DECIDERLO TOCCA A NOI
NON COI SASSI AFFUMICATI
DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON COLLA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITÀ
NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE
MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI
PIÚ DURO D'OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI
CHE VOLONTARI S'ADUNARONO
PER DIGNITÀ NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE
LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI TROVERAI
MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA
ORA E SEMPRE
RESISTENZA

Noi saremo occhi di dolore con due lacrime divise
aridi ed induriti come spine percorrendo strade di cartone
Vittime di una follia precisa di una macchina corrosa
preda di qualsiasi cacciatore con un passaporto senza nome
Apriremo scuole di dolore per succhiarci via il veleno
raccontando storie ripugnanti così sentiranno tutti quanti
Porto l'iniziale del tuo nome e ti bacio sulla bocca
fa che non ti riescano a trovare fa che la notte sia dormire
Lacrime amare e poca vita restano nella stanza vuota
Bush stay home!
Venerdì 4 giugno 2004
“insegnamo ai nostri ragazzi ad uccidere la gente con il napalm ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere cazzo sui loro aerei perché è osceno”
F. F. Coppola, Apocalipse Now.
Se non ora, quando?
Il 4 giugno di quest’anno, il presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush, un criminale di guerra, prevede di essere in Italia.
Con strumentalizzando il passato si vuole collegare in quei giorni l’occupazione militare dell’Irak e la sua spartizione da parte delle principali imprese multinazionali statiunitensi con la retorica della liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Se Roma e l’Italia si sono liberate dal fascismo e dal nazismo lo dobbiamo anzitutto a quanti, uomini e donne, nel mezzo della guerra e della occupazione militare, scelsero di disertare e di passare dalla parte della resistenza, con le armi o senza, col boicottaggio, con la disobbedienza attiva, con la non collaborazione. Soltanto grazie a loro si è potuto pensare un futuro diverso dalla guerra che aveva devastato l’Europa.
Oggi l’Irak è lo specchio degli orrori che l’Impero rovescia sul mondo: sfruttamento selvaggio, devastazione ambientale, torture e detenzioni arbitrarie, i civili come bersaglio degli eserciti. Come associazione e come collettività, nel nostro tentativo di essere là dove si resiste a quest’ordine ingiusto abbiamo capito chiaramente che in tutti i conflitti in corso, c’è sempre una parte che ha diritto a resistere, l’umanità in tutte le sue espressioni, indipendentemente dalla cultura, dalla religione o dal colore della pelle.
Abbiamo svelato già lo scorso giugno con la carovana che voleva attraversare l’Iraq e la Palestina che la non collaborazione con gli occupanti e la resistenza attiva sono quanto più fa paura ai signori della guerra.
Oggi l’Irak è il punto nevralgico in cui si sperimenta la guerra del secolo appena iniziato: armi letali usate sui civili, eserciti privati, uso sistematico della menzogna e della manipolazione mediatica, degradazione del nemico e ripristino dell’uso sistematico della tortura.
Il 4 giugno, a Roma e contestualmente in tutta Europa, sarà il momento per dire ora basta ! Per affermare che solo a partire dall’affermazione del diritto a resistere, ed dalla pratica concreta della resistenza alla guerra, in Europa come in Iraq, in Afghanistan, Palestina, e in ogni scenario della guerra globale, è possibile construire un presente di pace e di diritti. L’alternativa è l’orrore quotidiano a cui ci stiamo abituando.
Lanciamo quindi questo appello a tutte le realtà di base, associazioni e movimenti e a quanti singolarmente o in collettivo vogliono dare corpo al rifiuto della guerra :
Ad organizzare iniziative contro la partecipazione dell’Italia alla guerra, tanto contro la presenza militare, quanto contro quella economica con la partecipazione di molte imprese italiane nella cosiddetta ricostruzione.
A fare del 2 giugno, la giornata contro il militarismo, contro la guerra, per l’impiego dei fondi per la difesa a fini di cooperazione sociale e sviluppo.
A dichiarare ancora una volta, forti della memoria delle lotte per la liberazione del nostro paese e delle attuali lotte del movimento globale, Roma “città aperta” e resistente alla guerra e al fascismo, ed a bandire la presenza di criminali di guerra come il G. W. Bush.
A partecipare alle mobilitazioni il 4 giugno a Roma ed in Europa organizzandosi in gruppi di affinità per promuovere azioni dirette di protesta e di resistenza civile.
LE MONDE diplomatique - Aprile 2004
«L'unico diritto che hai è quello di non avere diritti». È così che Nizar Sassi, uno dei sette francesi detenuti a Guantanamo, descriveva la sua situazione in una lettera alla famiglia nel settembre 2003.
Da allora Nizar non ha più scritto, e neppure Mourad Benchellali, suo amico d'infanzia di Vénissieux. Le sole notizie che hanno potuto ottenere le loro famiglie sono arrivate attraverso la missione del ministero degli Esteri, che si è recata in gennaio nella base americana, per la quarta volta dopo la sua creazione due anni fa. I francesi hanno constatato «le pessime condizioni psicologiche» dei prigionieri, secondo l'espressione dell'avvocato William Bourdon che è stato ricevuto all'inizio di marzo al quai d'Orsay [ministero degli Esteri francese] insieme alle famiglie e agli altri avvocati. Da diversi mesi questi ultimi si dicono preoccupati per Mourad Benchellali (1), particolarmente fragile da un punto di vista psicologico. Gli avvocati di quattro francesi (2) (Nizar Sassi, Mourad Benchellali, Khaled Ben Mustapha e Ridouane Khalid) hanno fatto ricorso al Relatore speciale sulla tortura della Commissione dei diritti dell'uomo delle Nazioni unite, poiché «numerosi indizi lasciano presumere che alcuni aspetti del trattamento [inflitto ai prigionieri di Guantanamo] siano contrari al rispetto della dignità umana e alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni unite contro la tortura, i trattamenti crudeli, inumani e degradanti».
Le dichiarazioni dei cinque prigionieri inglesi, consegnati all'inizio di marzo dagli Stati uniti alle autorità del loro paese e immediatamente rilasciati, «parlano di torture psicologiche i cui effetti possono essere ancora più gravi dei maltrattamenti fisici», afferma il presidente del collegio degli avvocati di Parigi, Paul-Albert Iweins (3).
Quest'ultimo si dice deluso dall'atteggiamento delle autorità francesi, che continuano a gestire il caso con «grande discrezione», al contrario degli inglesi che hanno sollevato il problema dei loro connazionali ai più alti livelli. «Nonostante la controversia sull'Iraq - ricorda Iweins - vi è tra i servizi segreti francesi e americani un'eccellente cooperazione nella lotta al terrorismo. Altrettanto si può dire per la cooperazione giudiziaria. Tuttavia le iniziative in favore dei prigionieri francesi di Guantanamo non hanno avuto alcun esito».
Scandalizzato di fronte «all'indifferenza e al silenzio delle autorità francesi», André Gerin, deputato del Rhône e sindaco di Vénissieux, da dove provengono due dei prigionieri, ha organizzato l'8 marzo una «marcia sulla Casa bianca», alla testa di una delegazione europea composta dalla Commissione dei diritti dell'uomo di Guantanamo, dagli avvocati e dalle famiglie. «Ottenere il rispetto del diritto - ha affermato Gerin a Washington - significa anche ottenere la chiusura completa del campo di Guantanamo». Dopo innumerevoli iniziative da parte di deputati francesi ed europei, il parlamento europeo ha adottato (4), il 10 marzo, una risoluzione in cui si chiede agli Stati uniti di garantire ai prigionieri un processo equo. Pochi giorni prima Pat Cox, presidente del parlamento europeo, aveva informato il deputato-sindaco di aver chiesto «alle autorità americane di mettere fine a questo vuoto giuridico nel quale si trovano i detenuti di Guantanamo». Cox afferma di aver «sollevato la questione in diverse occasioni davanti al Consiglio europeo e di aver constatato con piacere che la presidenza irlandese ha messo la questione all'ordine del giorno del prossimo vertice Unione europea/Stati uniti di giugno».
Questa mobilitazione internazionale ridà speranza ad Aymane Sassi, fratello di Nizar, l'unico parente dei prigionieri francesi ad aver partecipato al viaggio negli Stati uniti. «Le cose si muovono negli Stati uniti, ma questa situazione può durare ancora a lungo». Tanto più che il segretario americano alla Difesa, Donald Rumsfeld ha detto, il 12 febbraio scorso (5) che solo un piccolo gruppo dei circa 600 detenuti di Guantanamo (finora ne sono stati liberati 119) sarà giudicato dalle Commissioni militari (6), un'altra (piccola) parte sarà liberata o consegnata ai rispettivi paesi di appartenenza dei prigionieri, ma la maggior parte di questi «nemici combattenti» sarà semplicemente lasciata a Guantanamo sino alla fine del conflitto, cioè per qualche decennio. Questi prigionieri, ha precisato Rumsfeld, potranno presentare un ricorso annuale, ma presso un'istanza speciale composta da tre ufficiali, che determinerà se costituiscono ancora una minaccia per la sicurezza degli Stati uniti.
Traduzione di A. D. R.
Note:
(1) I suoi genitori e due fratelli sono stati arrestati nel dicembre 2002 in seguito all'inchiesta su quella che è stata definita la «pista cecena».
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(2) Gli altri sono Brahim Yadel e Mustaquali Patel. L'identità del settimo francese non è mai stata rivelata.
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(3) Si leggano le incredibili dichiarazioni dei detenuti inglesi sull'Observer, Londra, 14 marzo 2004.
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(4) 425 voti a favore, 62 contrari e 29 astensioni.
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(5) Davanti alla camera di commercio di Miami.
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(6) Si legga «Nel buco nero di Guantanamo», Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2004.
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