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Archivio Luglio 2006

Tanya Reinhart*

È l'offensiva di Israele a Gaza che ha scatenato la nuova guerra in Libano. Da quando, nel 2000, si era ritirato dal Libano, gli Hezbollah avevano accuratamente evitato di scontrarsi con l'esercito israeliano in territorio di Israele (limitandosi a confronti nell'area di Shaba in Libano, che lo Stato ebraico continua a occupare). Il momento scelto dai guerriglieri sciiti per il primo attacco, e la retorica successiva, indica che la loro intenzione era ridurre la pressione sui palestinesi aprendo un nuovo fronte. La loro azione dunque può essere vista come il primo atto militare di solidarietà con i palestinesi nel mondo arabo. Qualunque cosa si pensi di ciò che hanno fatto gli Hezbollah, è importante capire la natura della guerra di Israele contro i palestinesi a Gaza.

L'offensiva delle forze armate israeliane nella Striscia non riguarda il soldato lì prigioniero. L'esercito preparava un attacco da mesi e premeva per passare all'azione, con lo scopo di distruggere l'infrastruttura di Hamas e il suo governo. Perciò ha avviato l'escalation l'8 giugno, quando ha assassinato Abu Samhadana, membro del governo di Hamas, e ha intensificato i cannoneggiamenti sui civili nella Striscia di Gaza. Già il 12 giugno il governo aveva autorizzato un'azione più ampia, rinviata però a causa delle reazioni internazionali suscitate dall'uccisione di civili palestinesi nei bombardamenti aerei del giorno seguente. Il rapimento del soldato è servito a «togliere la sicura»: l'operazione è cominciata il 28 giugno con la distruzione di infrastrutture a Gaza e la detenzione in massa della dirigenza di Hamas in Cisgiordania, altra cosa che era stata pianificata con settimane di anticipo.

Nel discorso pubblico israeliano, Israele ha messo fine all'occupazione di Gaza quando ha evacuato i suoi coloni dalla Striscia, e il comportamento dei palestinesi sarebbe dunque «da ingrati». Ma nulla è più lontano dalla realtà di questa descrizione. Nei fatti, come era previsto dal Piano di Disimpegno, Gaza è rimasta sotto il totale controllo militare israeliano, dall'esterno. Israele ha impedito l'indipendenza economica della Striscia, e non ha mai applicato neppure una delle clausole degli accordi sui valichi di frontiera del novembre 2005. Ha semplicemente sostituito la costosa occupazione di Gaza con un'occupazione più economica, che dal suo punto di vista lo esenta dalla responsabilità dell'occupante a garantire la sopravvivenza del milione e mezzo di residenti della Striscia, come dettato dalla quarta Convenzione di Ginevra.

Israele non ha bisogno di questo pezzo di terra, uno dei più densamente popolati al mondo e sprovvisto di risorse naturali. Il problema è che non può lasciar andare Gaza se vuole mantenere la Cisgiordania. Un terzo dei palestinesi sotto occupazione vive nella Striscia di Gaza. Se liberi, diverranno il centro della lotta di liberazione palestinese, con libero accesso al mondo arabo e a quello occidentale. Per controllare la Cisgiordania, Israele ha bisogno del pieno controllo di Gaza. E la nuova forma di sottomissione che ha ideato è trasformare l'intera Striscia in un campo di prigionia isolato dal mondo. Persone occupate e assediate, con nulla in cui sperare, e nessun mezzo alternativo di lotta politica, cercheranno sempre di combattere il loro oppressore. I palestinesi prigionieri a Gaza hanno trovato un modo per disturbare la vita degli israeliani nelle vicinanze della Striscia lanciando missili artigianali Qassam contro le città israeliane che circondano la Striscia. Questi razzi rudimentali non hanno la precisione necessaria a colpire un obiettivo, e di rado hanno fatto vittime israeliane; causano però danni fisici e psicologici e disturbano la vita dei quartieri israeliani su cui si abbattono. Agli occhi di molti palestinesi, i Qassam sono una risposta alla guerra che Israele ha dichiarato loro. Come ha detto uno studente di Gaza al New York Times, «Perché dobbiamo essere solo noi a vivere nella paura? Con questi missili anche Israele ha paura. Dobbiamo vivere in pace insieme, o vivere insieme nella paura» (Nyt, 9 luglio 2006).

L'esercito più potente del Medio Oriente non ha risposte militari a questi razzi fatti in casa. Una risposta possibile è quella che Hamas ha sempre proposto, e il suo premier Haniyeh ha ripetuto questa settimana: un cessate il fuoco complessivo. Nei 17 mesi trascorsi da quando ha annunciato la decisione di abbandonare la lotta armata a favore della lotta politica, e dichiarato un cessate-il-fuoco unilaterale (tahdiya, calma), Hamas non ha preso parte al lancio dei Qassam, salvo sotto grave provocazione israeliana come nell'escalation di giugno. Hamas però continua a lottare contro l'occupazione di Gaza e Cisgiordania. Dal punto di vista di Israele, il risultato delle elezioni palestinesi è un disastro, perché per la prima volta hanno dei dirigenti che insistono nel rappresentare gli interessi palestinesi invece di limitarsi a collaborare con le richieste israeliane. Poiché finire l'occupazione è la cosa che Israele non vuole considerare, l'opzione seguita dall'esercito è spezzare i palestinesi con una forza devastante. Devono essere affamati, bombardati, terrorizzati con ordigni assordanti per mesi, finché capiranno che ribellarsi è futile e accettare la prigione a vita è la loro unica speranza di vita. Il loro sistema politico eletto, istituzioni e polizia vanno distrutte. Per Israele, Gaza dovrebbe essere governata da gangs che collaborano con i secondini della prigione.

L'esercito israeliano ha sete di guerra. Non si lascerà fermare da preoccupazioni per i soldati rapiti. Dal 2002 i militari sostengono che anche a Gaza è necessaria un'operazione tipo lo «Scudo difensivo» di Jenin. Esattamente un anno fa, il 15 luglio (prima del Disimpegno da Gaza), l'esercito aveva concentrato le forze sul confine della Striscia per procedere a un'offensiva di quel tipo a Gaza. Gli Stati uniti però opposero il veto. Il segretario di stato Usa Rice arrivò per una visita d'emergenza descritta come acrimoniosa e tempestosa, e l'esercito fu costretto a ritirarsi. Ora finalmente il suo momento è arrivato. Con l'islamofobia nell'amministrazione Bush giunta all'acme, sembra che gli Usa siano pronti ad autorizzare l'operazione, a condizione che non provochi l'indignazione globale con attacchi troppo pubblicizzati ai civili (sulla posizione attuale dell'amministrazione Usa vedi Ori Nir, «Us Seen Backing Israeli Moves to Topple Hamas», The Forward, 7 luglio 2006, www.forward.com/articles/8063).

Ricevuto il via libera alla sua offensiva, l'unica preoccupazione dell'esercito è l'immagine pubblica. Fishman ha riferito martedì scorso che per l'esercito «ciò che rischia di far deragliare questo imponente sforzo militare e diplomatico» sono le notizie di crisi umanitarie a Gaza. Perciò, avrà cura di lasciar entrare del cibo a Gaza. E' necessario nutrire i palestinesi perché sia possibile continuare indisturbati a ucciderli.

* Docente di linguistica alle università di Tel Aviv e di Utrecht, ha pubblicato per Marco Tropea «Distruggere la Palestina».

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Tutti come Zapatero

21
lug 2006
by Sammy

E' ora di dimostrare ai nostri fratelli palestinesi e libanesi che non tutti nel mondo vogliono la loro distruzione, anzi che la maggior parte delle persone ritiene gli attacchi di Israele sproporzionati, ingiustificati e pretestuosi.

Le lobbies del mondo occidentale si muovono per giustificare una nuova guerra per un progetto di annessione totale di tutto il medioriente iniziato con gli attacchi all' Afganisthan e all'Iraq e oggi non sapendo più come giustificare nuovi attacchi a stati neutrali, per arrivare ai cosidetti  "stati canaglia", cede la prima linea ad Israele per completare l'opera.

Ma l'INGIUSTIZIA è evidente al mondo intero ( pensate che  anche l' ONU se ne accorta)

La mobilitazione dei pacifisti questa volta deve essere più incisiva ed occorre schierarsi senza ambiguità, non basta la bandiera della pace, occorre seguire l'esempio di Zapatero che ieri è stato fotografato con  indosso una Kefia e che ha provocato la reazione degli ipocriti che cricandolo hanno ammesso implicitamente di non riconoscere lo stato di Palestina.

Visto che è così fastidioso per loro vedere una kefia, indossiamola appendiamo fuori dai nostri balconi le bandiere degli stati oppressi: quella libanese e quella palestinese.

Rrendiamo evidente da che parte stiamo e se ricominciassero con lo spauracchio del terrorismo come ormai fanno dall' 11 settembre, mandiamoli a farsi fottere.      

 

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di Ismail Haniyeh
Primo Ministro della Autorità Nazionale Palestinese

GAZA, Palestina – Mentre gli Americani commemoravano come ogni anno il giorno dell’indipendenza dall’occupazione coloniale, celebrando le loro istituzioni democratiche, noi Palestinesi eravamo di nuovo sotto assedio da parte dei nostri occupanti, che distruggono le nostre strade e i nostri edifici, le nostre centrali elettriche e i nostri acquedotti, e che attaccano i nostri poveri strumenti di amministrazione civile. Case ed edifici pubblici sono presi a cannonate, i nostri parlamentari sono presi prigionieri e minacciati di processo.

L’attuale invasione di Gaza è solo l’ultimo dei tentativi di cancellare il risultato di elezioni libere e regolari che si sono tenute all’inizio dell’anno. E’ la conclusione esplosiva di una campagna che dura da cinque mesi, di una guerra economica e diplomatica diretta dagli Stati Uniti e da Israele. L’intenzione dichiarata di questa strategia era di forzare i Palestinesi a "riconsiderare" il loro voto a fronte di una sofferenza più pesante; il suo fallimento era prevedibile, e la nuova aperta aggressione militare e la punizione collettiva ne sono la logica conseguenza. Il caporale israeliano “rapito”, Gilad Shalit, è solo un pretesto per una operazione programmata mesi fa.

Oltre a rimuovere il nostro governo democraticamente eletto, Israele cerca di seminare il dissenso tra i Palestinesi sostenendo che c’è una rivalità tra i nostri leader. Io sono costretto a smentire decisamente questa affermazione. La leadership Palestinese è fermamente legata al concetto islamico di shura, o consultazione reciproca; noi possiamo avere opinioni diverse, ma siamo uniti nel rispetto reciproco e concentrati nell’obiettivo di servire il nostro popolo. L’invasione di Gaza e il rapimento dei nostri leader e dei nostri ministri hanno anche l’obiettivo di minare i recenti accordi raggiunti tra il partito di governo e i nostri fratelli e le nostre sorelle di Fatah e di altri gruppi, per raggiungere il consenso necessario alla soluzione del conflitto.



Ancora una volta la punizione collettiva israeliana rafforza solamente la nostra risoluzione collettiva a lavorare insieme.

Quando ispeziono le rovine delle nostre infrastrutture – la generosità degli stati donatori e degli sforzi internazionali ancora una volta è stata ridotta in polvere dagli F-16 e dai missili costruiti in America – il mio pensiero va di nuovo agli Americani.

Che cosa pensano di tutto ciò?

Essi pensano, senza dubbio, al soldato in ostaggio, catturato in battaglia -- ma migliaia di Palestinesi, inclusi centinaia di donne e di bambini, rimangono nelle prigioni israeliane per la loro resistenza alla occupazione illegale in corso, che è condannata dal diritto internazionale. Essi pensano al coraggio e alla "inflessibilità" di Israele, "che affronta" i "terroristi." Ma Israele, che è una potenza nucleare, possiede la 13a forza militare del pianeta, mentre i suoi avversari non hanno nemmeno un esercito convenzionale.

Chi è il più debole, che si suppone sia il favorito dell’America, in questo caso?

Se gli Americani ricevessero le informazioni necessarie per valutare cause e realtà storiche, penso che si domanderebbero perchè uno Stato che si suppone "legittimo", come Israele, ha dovuto fare decenni di guerra contro una popolazione di profughi senza mai raggiungere i suoi obiettivi.

Le mosse unilaterali di Israele dello scorso anno non porteranno alla pace.

Questi atti – il ritiro temporaneo dell’esercito da Gaza, la chiusura con un muro della West Bank – non sono passi verso una soluzione, ma solo atti vuoti e simbolici che falliscono nell’affrontare il conflitto sottostante.

Il controllo quasi completo di Israele sulla vita dei Palestinesi non è mai messo in discussione, come confermato dalla sofferenza umana e economica dei Palestinesi dalle elezioni di gennaio.

La politica di Israele di espansione, di controllo militare e di assassinio si fa beffe di ogni nozione di sovranità o bilateralismo. La loro "barriera di separazione" che attraversa la nostra terra, difficilmente può costituire un gesto di buona volontà a favore di una coesistenza futura.

Ma vi è un rimedio, e anche se non è facile esso è coerente con i nostri radicati convincimenti.

Le priorità palestinesi includono il riconoscimento della questione centrale sul territorio della Palestina storica e i diritti di tutto il suo popolo; soluzione del problema dei rifugiati dal 1948; restituzione di tutti i territori occupati nel 1967; e la fine degli attacchi israeliani, degli assassini e dell’espansione militare.

Contrariamente alla immagine corrente della crisi nei media americani, la disputa non riguarda solo Gaza e la West Bank ; vi è un più ampio conflitto nazionale che può essere risolto solo affrontando le dimensioni complessive dei diritti nazionali palestinesi in una maniera integrata.

Questo significa uno Stato per West Bank e Gaza; una capitale, Gerusalemme Est araba, e una onesta soluzione del problema dei rifugiati palestinesi del 1948 sulla base del diritto internazionale. Significativi negoziati con Israele non espansionista e rispettosa delle leggi possono procedere solo dopo che questo enorme lavoro è iniziato.

Certamente il popolo americano è stanco di questa follia, dopo 50 anni e 160 miliardi di dollari di tasse a sostegno della capacità di Israele di fare la guerra - la sua “difesa”. Alcuni americani, credo, si staranno chiedendo se tutto questo sangue e queste risorse non avrebbero potuto portare a risultati più tangibili per la Palestina se solo le politiche degli S.U. fossero state fondate fin dall’inizio sulla base della verità storica, della equità e della giustizia.

Ma noi non vogliamo vivere sugli aiuti internazionali e sulle elemosine americane.
Noi vogliamo ciò di cui godono gli americani, diritti democratici, sovranità economica e giustizia.
Noi pensavamo che il nostro orgoglio per aver condotto le elezioni più regolari del mondo arabo sarebbe stato apprezzato dagli Stati Uniti e da i suoi cittadini.
Invece il nostro nuovo governo si è dovuto fin dall’inizio confrontare con atti di esplicito e dichiarato sabotaggio da parte della Casa Bianca.
Ora questa aggressione continua nei confronti di 3,9 milioni di civili che vivono nel più grande campo di concentramento del mondo.
La compiacenza americana di fronte a questi crimini di guerra si è, come al solito, inscritta nella nota retorica della luce verde: “Israele ha il diritto di difendersi”.

Stava Israele difendendosi quando ha assassinato otto membri di una famiglia sulla spiaggia di Gaza un mese fa o tre membri della famiglia Hajjaj sabato scorso fra cui Rawan di 6 anni?

Mi rifiuto di credere che tanta disumanità vada bene per il pubblico americano.

Noi formuliamo questo chiaro messaggio: se Israele non vuole permettere ai palestinesi di vivere in pace, dignità e integrità nazionale, la stessa Israele non potrà godere di questi stessi diritti.

Nel frattempo, il nostro diritto a difenderci dai soldati occupanti e dall’aggressione è un diritto riconosciuto nella Quarta Convenzione di Ginevra.

Se Israele è pronta a negoziare seriamente e lealmente e a risolvere il problema centrale del 1948, piuttosto che quello secondario del 1967, una pace leale e permanente è possibile.

Basata su una hudna (una cessazione completa delle ostilità per un tempo concordato), la Terra Santa ha ancora una opportunità di essere una casa comune, pacifica e economicamente sicura, per tutto il popolo semitico della regione.

Se solo gli americani conoscessero la verità, la possibilità potrebbe diventare realtà.

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Ciao Paolo

19
lug 2006
by Sammy

Quattordici anni fa una bomba piazzata in via Mariano D'Amelio, a Palermo, uccideva il giudice Paolo Borsellino insieme a cinque agenti della scorta. Quel luogo è divenuto un simbolo della lotta contro la mafia dove da stamattina, nell'anniversario della strage, cittadini comuni e rappresentanti delle istituzioni depongono fiori.

Diversi bambini e scout hanno intonato canti e organizzato giochi e balli per ricordare il magistrato. A loro si è rivolta Rita Borsellino, sorella di Paolo e oggi leader dell'opposizione di centrosinistra all'Assemblea regionale siciliana: "La speranza sono i giovani - ha dichiarato - ed è con le giovani generazioni che dobbiamo costruire un futuro diverso non soltanto per i siciliani ma per l'Italia intera, che ancora oggi subisce prepotenze e prevaricazioni da parte della criminalità organizzata".

In tutta Italia sono previste celebrazioni e iniziative per ricordare l'attentato.

Ingroia: "Indagare su legami tra mafia e politica"
A ricordare la morte di Borsellino è anche il pubblico ministero antimafia Antonio Ingroia, uno dei più stretti collaboratori del magistrato ucciso nella strage di via D'Amelio.

Con un intervento sull'edizione palermitana di Repubblica, il magistrato ritiene necessario "attivare una Commissione nazionale antimafia che sia motore di serie inchieste politiche, su questioni cruciali, come la stagione delle stragi e della trattativa e la questione dei rapporti mafia-politica".

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