Il laboratorio dell'antimafia

di Marco Nebiolo
Venti anni fa avrebbe suonato come una bestemmia, 10 anni fa come una battuta di cattivo gusto, nel 2003, quando fu eletto l’attuale sindaco Rosario Crocetta (Comunisti italiani), come una speranza ideologicamente orientata. Oggi invece lo si può affermare senza timore di smentita: Gela è divenuta un modello dell’antimafia. Ciò non significa, ovviamente, che la criminalità organizzata sia stata debellata da quel territorio, ma che in quell’angolo di Sicilia si sperimentano, da alcuni anni, strategie di lotta alla mafia tra le più avanzate del Paese. Un’esperienza che dimostra come la politica, anche quella locale, possa giocare un ruolo decisivo nel contrasto alle mafie: per la sua capacità di fare sistema, convogliando e promuovendo le energie positive nella società, per il suo potere di adottare provvedimenti efficaci di contrasto, per l’oggettivo indebolimento che si determina nei clan quando vengono a mancare dall’interno del Palazzo quelle sponde indispensabili al perseguimento dei loro interessi. Senza sottovalutare poi il profilo simbolico-educativo di un’amministrazione pubblica che manifesta apertamente la propria incompatibilità con il sistema di potere mafioso.
Il ministro dell’Interno Giuliano Amato, in visita il 22 marzo scorso, alla guida di una delegazione che comprendeva anche il viceministro Marco Minniti, il vicecapo della Polizia Antonio Manganelli, il sottosegretario Ettore Rosato e Alessandro Pajno, lo ha riconosciuto apertamente: «Se fossimo in Europa si direbbe che quella di Gela è una best practice, una delle pratiche migliori che dovremmo additare agli altri, realizzata in uno dei Comuni in cui era più difficile arrivare ad adottare pratiche di questa natura».
Per capire la straordinarietà del caso Gela bisogna partire dalla storia della città e dal suo malessere profondo: l’essere stata abbandonata, per decenni, alla mercé di poteri criminali invasivi, mentre nella latitanza di una guida politica autorevole cresceva una comunità dove la percezione della legalità era alterata, la legge percepita come un canovaccio non vincolante nella vita quotidiana, le istituzioni locali come inaffidabili e corrotte..
La chiamavano “inferno”. Gela non è una città di antiche tradizioni mafiose. Fino alla fine degli anni Cinquanta Cosa Nostra aveva snobbato questo paesone agricolo lontano e periferico, dove la mafia esisteva solo come fenomeno arcaico relegato alla “guardianìe” delle campagne. Le cose cambiarono completamente a partire dagli anni Sessanta, quando in seguito all’individuazione di giacimenti petroliferi rilevanti nella piana di Gela, l’Eni decise di costruire alla periferia della città uno degli stabilimenti petrolchimici più grandi d’Europa. Arrivarono capitali pesanti, appalti per la costruzione dello stabilimento e per la gestione dell’indotto della grande fabbrica, sui cui gli uomini della mafia del Vallone, l’entroterra della provincia di Caltanissetta (tradizionalmente a forte radicamento mafioso) si buttarono a capofitto. Una lenta e silenziosa infiltrazione nei gangli vitali della città, che emerse tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando sulle strade di questa lontana cittadina del profondo sud si consumò una sanguinosa guerra tra gli uomini di Cosa Nostra e gli uomini della Stidda. Da una parte gli uomini di “Piddu” Madonia, dall’altra la cosiddetta “quinta mafia”, un’organizzazione criminale costituita in particolare da giovani fuoriusciti da Cosa Nostra, insofferenti alle regole rigide dei vecchi boss, assetati di denaro e potere facile. A Gela il massacro cominciò per l’aggiudicazione degli appalti relativi alla costruzione della diga di Disueri, quando gli stiddari locali decidono che non è più tempo di accontentarsi delle briciole lasciate da Cosa Nostra.
Abbiate almeno la decenza di essere meno ipocriti e lasciare trombare in pace chi non è meschino come voi...Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Umberto Santino presidente del Centro Impastato, grazie Umberto
Cento alberi per Peppino
Lettera aperta a chi ha spiantato un albero dedicato a Peppino Impastato
Cari mafiofili o cari mafiosi,
sradicando un alberello in uno spiazzo di Termini Imerese dedicato a Peppino Impastato e scrivendo «Viva la mafia» avete voluto mandarci un messaggio, chiaro, inequivocabile: spiantare la memoria di Peppino e vergare la vostra professione di fede nella vitalità della mafia.
Dovete rassegnarvi. La memoria di Peppino Impastato è riuscita a vincere il conformismo e lo spirito gregario di quanti lo hanno isolato da vivo e ha vinto la ferocia dei suoi assassini e la complicità, interessata o vigliacca, di quanti lo volevano far passare per terrorista incapace o suicida. Grazie a una madre e a un fratello che hanno saputo rinunciare alla religione barbarica dell’omertà e della vendetta, ai compagni che hanno voluto continuare sulla sua strada, ad altri che ne hanno fatto il compagno di strada per un percorso trentennale che coniuga analisi e mobilitazione, Peppino Impastato ormai fa parte della storia della Sicilia migliore ed è riconosciuto da moltissimi, in Italia e fuori, come esempio di intelligenza e di impegno civile e politico.
Dovete prenderne atto: se i mafiosi pensavano di cancellare un nome e una storia hanno clamorosamente e definitivamente perso. E il vostro desiderio di rivincita, se è questo che cercate, è destinato a un nuovo fallimento.
Il vostro gesto, insieme stupido e vile, avrà un effetto boomerang. Un amico sconosciuto ci ha scritto: “Per ogni albero sradicato ne pianteremo altri cento come quei famosi passi”.
Facciamo nostra la proposta e rilanciamo una campagna che faccia conoscere, sempre più e meglio, il Peppino Impastato reale, al di là dell’icona cinematografica. Proponiamo di presentare dovunque sia possibile la mostra fotografica e i libri di Peppino e su Peppino, intensificando un’attività che svolgiamo da tre decenni.
Cari mafiofili o cari mafiosi, cogliamo perfettamente il senso del vostro «Viva la mafia». Sappiamo che anche se in questi ultimi anni sono stati arrestati, processati e condannati capi e gregari, la mafia con il suo seguito di complicità c’è ancora e la ragnatela di interessi è ampia e forte. Ma sappiate che in Sicilia, e non solo in Sicilia, ci sono uomini e donne, giovani che non cesseranno mai di lottare contro la mafia e ogni forma di violenza e di sopraffazione. E ci auguriamo che anche nelle vostre file si faccia strada la consapevolezza che possono esserci strade diverse dal delitto e dalla viltà. Lo sapete benissimo: tutto il presunto onore dei mafiosi è fondato sulla viltà. E se siete già mafiosi o se aspirate a diventarlo, con il vostro gesto, consumato nel buio, di sradicare un arboscello che aveva il torto di essere dedicato a Peppino Impastato, avete dato una pessima prova di voi stessi. Abbiate almeno il coraggio di vergognarvi.
Con l’augurio di un domani alla luce del sole, anche per voi
Umberto Santino
Presidente del Centro Impastato
La mostra fotografica Peppino Impastato: ricordare per continuare va richiesta al Centro Impastato, come i libri Lunga è la notte, con gli scritti di Peppino, La mafia in casa mia, storia di vita della madre, Cara Felicia, dedicato alla madre. Il libro di Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli e il volume con la relazione della Commissione parlamentare antimafia Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio vanno chiesti in libreria.







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