Ciao sono Sammy
Vedi il mio profilo


Archivio Gennaio 2008

Il "Corriere della Sera" del 22 gennaio ha pubblicato − con molta evidenza, parecchie imprecisioni e altrettante omissioni − un articolo dal titolo «Fondi al progetto dell'ex Br. Bufera sulla Provincia di Lodi».

In verità, la bufera ancora non c'era, ma è stata provocata dall'articolo nel quale, attraverso l'intervista a un rappresentante dell'Associazione vittime del terrorismo, si esprimeva disappunto e indignazione: «Questa notizia è una nuova offesa e una ulteriore sofferenza per tutti noi. La Ronconi è stata fatta uscire dalla porta per farla rientrare dalla finestra».

Il riferimento è alle dimissioni che lo scorso anno Susanna Ronconi è stata costretta a dare, dopo una virulenta campagna politico-mediatica, dalla Consulta nazionale sulle tossicodipendenze.

Ma qual era questa notizia? Ha scritto il quotidiano: «Con i soldi, 60 mila euro, della Regione Lombardia (centrodestra), la Provincia di Lodi (centrosinistra) affiderà all'ex terrorista Susanna Ronconi (Brigate rosse e Prima Linea) il progetto "Lavoro debole" per l'inserimento nel mondo del lavoro di detenuti ed ex detenuti presenti sul territorio lodigiano».

In realtà, il progetto non è stato affidato a Ronconi, ma vede come titolari una rete di associazioni e cooperative sociali. Ronconi − che, giova ricordare, ha scontato per intero la propria condanna ed è stata tra le prime a dissociarsi dal terrorismo e ad ammettere i propri errori − collabora nella veste di esperta e consulente con una di queste. Dalla prima tranche del progetto, per il suo lavoro, durato un anno e mezzo, ha ricevuto dalla cooperativa sociale 7.500 euro lordi.

Questa la realtà delle cose, sottaciuta dal quotidiano nel suo articolo. Subito dopo il quale è cominciato un triste scaricabarile tra assessori, sino a una dichiarazione della Provincia di Lodi di non assumere altre iniziative che vedano coinvolti ex terroristi.

Se questa decisione si confermasse, si introdurrebbe così un gravissimo e incredibile precedente, in base al quale l'ente pubblico si potrà arrogare il diritto di sindacare sui dipendenti o collaboratori di qualsiasi azienda o, appunto, associazione e cooperativa intrattenga rapporti economici con esso. Fatto che dubitiamo possa considerarsi legale e che, a questo punto, potrebbe estendersi nei confronti di chiunque delle centinaia di ex terroristi che, scontata la condanna, lavorano in vari ambiti, compreso il Terzo settore che, ovviamente, intrattiene rapporti anche economici con enti pubblici, fornendo servizi e occupandosi di welfare. Alla faccia delle leggi e della Costituzione.

Dunque, grazie alla «bufera» sollevata ad arte, Ronconi ha perso, o comunque rischia concretamente di perdere, la possibilità di lavorare alla seconda tranche del progetto lodigiano, ma è facile prevedere che tale accanimento nei suoi confronti produrrà effetti ancora più drastici, allargati e duraturi. Infatti, chi si azzarderà in futuro a proporle un qualsiasi lavoro con la certezza del pubblico linciaggio?

Sull'insanabile dolore e sulle ragioni dei parenti delle vittime non si discute, ma qui pare essere in atto una vera e propria persecuzione. Proprio su questa vicenda, un autorevole giornalista che in questi anni ha scritto diversi libri con i familiari delle vittime, per dare loro visibilità, voce e sostegno, nel suo blog ha censurato gli attacchi a Susanna Ronconi, parlando esplicitamente di «caccia all'uomo». In questo caso, peraltro, si tratta di «caccia alla donna», elemento che forse c'entra qualcosa con il particolare e ricorrente accanimento proprio nei suoi confronti.

Negli anni scorsi, numerosi opinionisti ed esponenti di partiti avevano sostenuto che gli ex terroristi andavano dissuasi dal parlare, scrivere, presenziare, occuparsi di politica, essere impiegati in enti pubblici o istituzioni. Ora, con la vicenda di Lodi, pare essere stata introdotta una proibizione extra legem ancora più drastica: gli ex terroristi non devono, tout court, più poter lavorare.

Noi pensiamo che ciò non sia né giusto né accettabile in uno stato democratico e di diritto.

A distanza di oltre 30 anni non si riesce ancora a voltare la dolorosa pagina dei conflitti armati degli anni Settanta e ogni tentativo di storicizzazione e riconciliazione è rimasto arenato e bloccato dai contrasti, dalle miopie e anche dalle strumentalizzazioni politiche.

Per ricomporre quelle fratture e, per quanto possibile, sanare quelle sofferenze è probabilmente troppo presto. Oppure troppo tardi. Ma non possiamo rassegnarci alla vendetta senza fine e all'imbarbarimento di regole e sentimenti pubblici.

Chiediamo a tutti di aderire a questo testo, in solidarietà con Susanna Ronconi e con quanti altri venissero a trovarsi in analoga situazione.

Le adesioni possono essere comunicate a: gruppoabele.milano@fastwebnet.it o a appelli@fuoriluogo.it, specificando le eventuali qualifiche o appartenenze

(Adesioni al 27 gennaio 2008)

Primi firmatari

don Luigi Ciotti (Presidente Gruppo Abele e Libera)
Paolo Beni (Presidente ARCI)
Lucio Babolin (Presidente CNCA-Coordinamento nazionale comunità di accoglienza)
Patrizio Gonnella (Presidente Antigone)
padre Camillo De Piaz
Franco Corleone (segretario Forum Droghe)
Grazia Zuffa (direttrice "Fuoriluogo")
Alessandro Margara (presidente Fondazione Michelucci, già magistrato di sorveglianza e Capo dell'Amministrazione penitenziaria)
Emilio Santoro, università di Firenze e direttore Centro di documentazione  L'altro diritto

Vota questo post

da La Stampa
Fatti sostituire di notte dopo
la strage. Un tecnico confessa:
me l’hanno ordinato
ALBERTO GAINO
TORINO
Un dirigente torinese della ThyssenKrupp ha ordinato alla «Cma sistemi antincendio», fornitrice dell’azienda, di sostituire gli estintori in dotazione dello stabilimento. Si era nei primissimi giorni dopo il rogo e la strage di operai: gli estintori, grazie alla testimonianza dell’unico superstite, Antonio Boccuzzi, erano finiti subito sotto accusa. Vuoti, semivuoti, non funzionanti. L’incaricato della Cma è riuscito a sostituirli tutti tranne i 32 della «linea 5», quella dove le fiamme si sono portate via le vite di 7 lavoratori.

Presentatosi una prima volta ai cancelli dello stabilimento, il dipendente della Cma era stato bloccato con il suo furgoncino dalla reazione dei lavoratori che presidiavano l’ingresso, diventato in quei primi giorni dalla strage un punto di riferimento per loro e per la solidarietà della città. Il tecnico, solitamente addetto alla ricarica degli estintori, fu pure ripreso da una troupe televisiva e intervistato. Smentì qualsiasi intenzione truffaldina. Ma il giorno successivo era di nuovo là e, per più volte, andando e tornando, riuscì nell’intento di sostituire gran parte dei 300 estintori in dotazione alla fabbrica.

L’operazione fu condotta prima che la magistratura ponesse sotto sequestro i mezzi antincendio, e per questo motivo il tecnico non è stato indagato. Chi lo ha chiamato e lo ha incaricato della sostituzione è noto e se non è stato ancora iscritto nel registro degli indagati lo sarà inevitabilmente nelle prossime ore o giorni.
Il tecnico Cma, sentito dai pm, ha rivelato ogni cosa e, a conferma delle sue dichiarazioni, vi sono i tabulati delle telefonate ricevute da lui, comprese quelle dalla sede torinese della ThyssenKrupp. E poi la rapida ed efficace indagine ha consentito al procuratore aggiunto Raffale Guariniello e ai pm Laura Longo e Francesca Traverso di sequestrare una relazione del tecnico al suo committente in cui si dà conto, con una certa meticolosità, estintore per estintore, quali erano funzionanti e quali no, scarichi o difettosi. In pratica, ha fatto lui il lavoro per la procura, dopo che qualcuno, alla Thyssen, si era così tanto adoperato per sottrarre gli unici mezzi antincendio che disponeva la linea investita dall’ondata di fuoco. Una controbeffa.

Altra grave novità, sempre nei rapporti Thyssen-Cma, è emersa ieri in commissione parlamentare, in occasione dell’audizione dei dirigenti italiani dello stabilimento torinese e del titolare di Cma. E’ stato quest’ultimo a rivelare ai senatori presenti di aver segnalato alla Thyssen che «gli impianti di spegnimento erano migliorabili con una modica spesa, 500 mila euro». Si era a settembre scorso e, a quanto pare, non se n’è fatto nulla. Lo riferisce Bruno Tibaldi, vicepresidente della commissione del Senato sugli infortuni.

Non è dato di sapere se fra i dirigenti torinesi della Thyssen presentatisi in Senato vi fosse anche l’esecutore del truffaldino piano di sostituzione degli estintori. In ogni caso, precisa Tibaldi, «hanno tutti ribadito di aver agito secondo le norme e il dottor Arturo Ferrucci, il capo del personale, sul documento segreto di cui si parla da giorni, ha appena detto di non esserne a conoscenza». Gli altri dirigenti ascoltati sono Raffaele Salerno, direttore dello stabilimento, e Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza.

Si può ancora parlare di doppiezza o solo di crescente imbarazzo della ThyssenKrupp ai vari livelli? Nel pomeriggio il sindaco di Torino ha ricevuto una telefonata da Ralf Labonte, direttore generale del gruppo. A Sergio Chiamparino il top manager ha detto che il memorandum segreto sequestrato dalla magistratura non rispecchia il pensiero della ThyssenKrupp e che è stato redatto prima della «venuta a Torino del presidente Ekkehard Schultz, il 19 dicembre scorso per partecipare ai funerali del capoturno Rocco Marzo».
Labonte si è impegnato con il sindaco a lavorare per la ricollocazione degli operai rimasti senza lavoro.

Vota questo post

Memorandum segreto dei vertici dell’acciaieria "Rogo colpa degli operai: non dovevano distrarsi". L’operaio: "Per loro sono scomodo, l’unico che può raccontare quella tragica sera"
ALBERTO GAINO
TORINO
Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto della squadra arsa viva alla ThyssenKrupp di Torino, è nel mirino dell’azienda. In un documento sequestrato dalla Finanza all’amministratore delegato del gruppo italiano, il tedesco Harald Espenhahn, si scrive con nettezza che l’operaio «va fermato con azioni legali». Perché, in tv, sostiene accuse sempre più pesanti nei confronti della Thyssen.

«Pesanti e false» per l’autore della nota (non firmata) che sostiene che la colpa dell’incendio è da attribursi agli operai, i 7 morti e il superstite: «Si erano distratti». Il documento doveva rimanere riservato e servire al vertice aziendale come memorandum sul da farsi, a partire dalla «difficile situazione ambientale» torinese annunciata all’inizio della scorsa estate sul giornale interno («Inside») come una delle ragioni per cui ThyssenKrupp aveva deciso di chiudere l’impianto.

Il documento è una lista dei cattivi: va dalla magistratura torinese rompiscatole, Guariniello in primis, con le sue inchieste «impossibili » (lo è pure questa?), al ministro del Lavoro, il torinese Cesare Damiano. Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello non era uno sconosciuto per i manager Thyssen. Nel 2004, in seguito a un disastroso incendio nello stabilimento torinese, per fortuna senza vittime, era riuscito a far affermare in tribunale la responsabilità colposa di 5 dirigenti tra cui il predecessore italiano di Espenhahn (primo dei nuovi indagati).

Anche se l’anonimo notista, con qualche fonte torinese, ora sembra vendicarsi e scrive di lui che le sue inchieste «non vanno da nessuna parte». Il riferimento al ministro del Lavoro è lapidario: non si può far pressione sul governo italiano perché c’è lui, visto malissimo per essere schierato apertamente dalla parte dei lavoratori. Adesso si capisce che cosa intendesse l’azienda per «difficile situazione ambientale torinese». Tanto più dopo la strage del 6 dicembre, con quell’unico sopravvissuto e testimone oculare finito in cima alla lista dei cattivi.

«Ma non lo si può attaccare pubblicamente », precisa l’autore delle 7 pagine: l’operaio è diventato un simbolo, circondato da simpatia e solidarietà in una città in cui i comunisti e i sindacati «sono più organizzati e forti» che altrove. Incredulo Boccuzzi riempie d’incredulità la prima reazione: «Ci mancava pure questa». Si prende una breve pausa e aggiunge: «Ho semplicemente raccontato le cose per come erano andate, senza acrimonia. Ero choccato, lo sono ancora, può immaginare come va avanti la mia vita». L’accusano di divismo televisivo, in realtà di essere diventato con la sua faccia il simbolo di questa strage annunciata da troppi segnali.

«Mettendola così, capisco che possano prendersela con me. Se vado in tv e sono disponibile con voi giornalisti è per testimoniare come ho visto morire i miei compagni, e delle volte che avevamo minacciato di bloccare la linea 5 perché facessero lavori per la sicurezza ». Boccuzzi va avanti di slancio: «Sono diventato scomodo. Se fossi morto assieme ai miei compagni non avrei potuto raccontare del telefono interno che non funzionava e di come non si potè dare immediatamente l’allarme, né degli estintori vuoti...». Nel documento si ribalta la responsabilità dell’incendio sugli operai. La difesa della multinazionale potrebbe davvero diventare questa?
In una nota pubblicata sul sito di ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni il 12 luglio 2007 si magnifica l’attenzione del gruppo per la sicurezza, partendo da una considerazione che ora pare interessare la magistratura: «L’incendio, che nel 2006 ha gravemente danneggiato alcuni impianti dello stabilimento di Krefeld della ThyssenKrupp Nirosta, dimostra quanto serio sia il rischio di simili eventi all’interno di realtà come le nostre, dove le potenziali cause d’incendio sono moltissime». Il documento le elenca: «Da quelle elettriche alle esplosioni, sino alla distrazione umana ». Qui scatta il possibile aggancio col memorandum segreto: «Gli operai si sono distratti ».

Vota questo post

                Seguono appuntamenti.  Enrica Bartesaghi

Non Dimentichiamo Genova 2001:  PROMOZIONI CONCESSE DOPO I FATTI DEL LUGLIO 2001

Aggiornato al 30 dicembre 2007

in attesa delle nuove ….ULTIMORA:

30 Dicembre 2007 

Fabio Ciccimarra, vice questore aggiunto (già commissario capo di Napoli) è stato promosso a capo della squadra mobile della Questura di Cosenza.
Fabio Ciccimarra è imputato (insieme ad altri indagati delle Forze dell'Ordine con varie contestazioni tra le quali sequestro di persona, violenza e lesioni) per le violenze alla caserma Raniero di Napoli, marzo 2001. 

Imputato anche nel processo Diaz (Genova, luglio 2001). 

Gianni De Gennaro - promosso CAPO DI GABINETTO DEL MINISTERO DELL’INTERNO – già capo della polizia italiana durante i fatti di Napoli e di Genova nel 2001, indagato per istigazione e induzione a falsa testimonianza in procedimento correlato a quello per i fatti della Diaz.  

Gilberto Caldarozzi imputato nel processo DIAZ - promosso DIRETTORE DEL SERVIZIO CENTRALE OPERATIVO DELLA POLIZIA DI STATO ed in seguito dirigente superiore "per meriti straordinari" in seguito all'arresto di Bernardo Provenzano 

Francesco Gratteri imputato nel processo DIAZ – promosso a DIRETTORE DELLA DIREZIONE ANTICRIMINE CENTRALE (DAC), già precedentemente promosso questore di Bari  

Giovanni Luperi imputato nel processo DIAZ -  promosso a CAPO DEL DIPERTIMENTO ANALISI DELL’EX-SISDE - in precedenza promosso ad un ruolo di grande responsabilità a livello europeo, già vice capo dell'Ucigos.   

Spartaco Mortola imputato nel processo DIAZ – promosso QUESTORE VICARIO A TORINO. 

Filippo Ferri imputato nel processo DIAZ – promosso alla GUIDA DELLA SQUADRA MOBILE DI FIRENZE.   

Vincenzo Canterini imputato nel processo DIAZ – promosso QUESTORE –  presta servizio in Romania, a Bucarest, in un organismo internazionale South East Cooperatioon e Investigation.

Alessandro Perugini imputato nel processo BOLZANETO (massimo responsabile della Polizia a Bolzaneto) ed imputato in altro procedimento per aver dato un calcio ad un manifestante, minorenne, già steso a terra e ferito – promosso VICE-QUESTORE . 

Colonnello Doria imputato nel processo BOLZANETO  - promosso GENERALE (disciolto corpo Agenti di Custodia) 

Capitani Cimino e Pelliccia  imputati nel processo BOLZANETO - promossi MAGGIORE (disciolto corpo Agenti di Custodia)

 

Vota questo post

Archivio Gennaio 2008

Ultimi commenti

Nuovi post

Tag

De.licio.us